venerdì, 19 settembre 2008
Il mare in una scatola
Sul sito dell'AIL di Modena è stato pubblicato un racconto che ho scritto qualche mese fa, quando ero nella prima fase della convalescenza e non ero ancora tornato a lavorare.
Potete leggerlo direttamente sul sito AIL Modena, ma - per i più...sfaticati
- lo riporto anche qui.
Rileggendolo ora, a distanza di quasi un anno, mi accorgo che alcune cose si potevano migliorare, altre tagliare, ma - anche per ringraziare gli amici dell'AIL che lo hanno apprezzato così com'è - lo pubblico anche io nella versione originale.

Esce dall’autostrada e imbocca la statale fra i campi. Del mare ancora nessuna traccia, eppure era certo che lo si vedesse già a questo punto, da piccoli si ha un senso particolare delle distanze e del tempo, ogni cosa appare più grande o più piccola nei ricordi che nella realtà.
Alcune abitazioni hanno le finestre aperte e le luci accese, ma la maggior parte sono sprangate: sicuramente si tratta delle case dei villeggianti, che non verranno riaperte fino alla prossima estate. Ogni casa, ogni porta, ogni finestra, quante vite nasconde dentro di sé?
Scrolla la testa per ritrovare la concentrazione, appena in tempo per vedere il cartello. Svolta con la sua Clio all’imbocco del viale alberato. Il sole basso del tramonto, nascosto dai rami, allunga le ombre. La casa dovrebbe trovarsi in una laterale a destra, appena dopo la ferrovia. Ecco, infatti, il passaggio a livello.
Accosta accanto al cancello bianco. Nonostante sia autunno inoltrato, la siepe è ancora completamente verde: una volta appariva altissima, una barriera insormontabile. Il cancello è chiuso, ma basta abbassare la maniglia per entrare.
Per nove anni sono venuti qui, questa è stata sempre la “loro” casa del mare.
Il vialetto di accesso gira intorno al primo edificio, quello che era stato affittato per alcuni anni alla famiglia francese, mentre nell’ultimo periodo vi si erano stabiliti i figli della signora. Sulla destra la bassa costruzione dove risiedeva la signora stessa durante l’estate, tutta disposta su un unico piano, col suo tetto piatto. Finita la stagione, si ritirava nell’entroterra, in un non meglio precisato paesino dove il marito aveva lavorato prima di morire.
Di fronte, appena voltato l’angolo, ecco la “loro” casa. Occupava il pianterreno di un edificio a due piani, al secondo dei quali si accedeva da una scalinata esterna. Quante volte si era seduto su quei gradini a mangiare i fichi dall’albero piantato nell’aiuola sul fondo del cortile.
Rimane qualche istante a guardarsi intorno, ricordando scene di una vita che non sembra più nemmeno la sua. Uscendo, passa davanti al cancello più grande e nota il cartello VENDESI. Glielo avevano pur detto: la signora, infine, ha deciso di non tornare. Dopo che se ne sono andati tutti i suoi ospiti abituali, si è arresa anche lei.
Si incammina lungo il viale, fendendo con il suo passaggio il tappeto di foglie ingiallite. Le pizzerie e i negozi sono quasi tutti chiusi, la stagione volge al termine. Dove una volta c’era la gelateria, ora è nato un nuovo condominio.
Solo la strada per arrivare al mare è lunga come la ricordava, allora aveva le gambe più corte, ora sarà colpa dei muscoli indeboliti. Se la prende con calma, non ha nessuna fretta.
Quando arriva allo stabilimento, il sole è calato quasi completamente. Sarebbe bello poter osservare il tramonto che si specchia sul mare. Molto poetico. Ma qui funziona al contrario, e il tramonto sta esattamente dietro le sue spalle; anzi, per la precisione, dietro quel casermone di cemento spuntato al posto della gelateria.
Camminare sulla spiaggia non è facile, i granelli tentano di entrare nelle scarpe da ginnatica, ma di questo si preoccuperà poi. Sulla battigia, finalmente, la rena è più compatta, le conchiglie lasciate dalla mareggiata scricchiolano sotto le suole di gomma. Inspira, odore di mare e salsedine, odore di alghe e di un vento che parla di altre terre.
Non gli è mai sembrato così bello, non si è mai sentito così vivo.
Si sveglia che fuori è ancora buio, nella bocca il gusto salmastro dell’aria, nelle orecchie il canto del vento. Ma qui il solo rumore è quello del condizionatore, che spara nella stanza in continuazione aria depurata a temperatura costante.
Al posto del riflesso rossastro del sole, solo la luce artificiale della televisione, davanti alla quale si è di nuovo addormentato, una televendita di materassi invece delle urla dei gabbiani.
Si alza facendo attenzione a non impigliarsi nei tubi della flebo che gli escono dal petto, stira la schiena anchilosata (si abituerà a non poter dormire sulla pancia prima che gli levino quel catetere?).
Guarda fuori dalla finestra: sotto la luce gialla dei lampioni, un passante mattiniero si affretta, stringendosi nel bavero della giacca per combattere il freddo invadente della nebbia. Probabilmente si starà lamentando fra sé del lavoro che lo costringe fuori di casa tanto presto in una mattina così poco amichevole.
E non immagina certo quanto lo stia invidiando lui da lassù; chiuso in quella scatola asettica, dietro quel vetro, anche una mattina come quella appare dolcissima.
Potete leggerlo direttamente sul sito AIL Modena, ma - per i più...sfaticati
- lo riporto anche qui.Rileggendolo ora, a distanza di quasi un anno, mi accorgo che alcune cose si potevano migliorare, altre tagliare, ma - anche per ringraziare gli amici dell'AIL che lo hanno apprezzato così com'è - lo pubblico anche io nella versione originale.

Esce dall’autostrada e imbocca la statale fra i campi. Del mare ancora nessuna traccia, eppure era certo che lo si vedesse già a questo punto, da piccoli si ha un senso particolare delle distanze e del tempo, ogni cosa appare più grande o più piccola nei ricordi che nella realtà.
Alcune abitazioni hanno le finestre aperte e le luci accese, ma la maggior parte sono sprangate: sicuramente si tratta delle case dei villeggianti, che non verranno riaperte fino alla prossima estate. Ogni casa, ogni porta, ogni finestra, quante vite nasconde dentro di sé?
Scrolla la testa per ritrovare la concentrazione, appena in tempo per vedere il cartello. Svolta con la sua Clio all’imbocco del viale alberato. Il sole basso del tramonto, nascosto dai rami, allunga le ombre. La casa dovrebbe trovarsi in una laterale a destra, appena dopo la ferrovia. Ecco, infatti, il passaggio a livello.
Accosta accanto al cancello bianco. Nonostante sia autunno inoltrato, la siepe è ancora completamente verde: una volta appariva altissima, una barriera insormontabile. Il cancello è chiuso, ma basta abbassare la maniglia per entrare.
Per nove anni sono venuti qui, questa è stata sempre la “loro” casa del mare.
Il vialetto di accesso gira intorno al primo edificio, quello che era stato affittato per alcuni anni alla famiglia francese, mentre nell’ultimo periodo vi si erano stabiliti i figli della signora. Sulla destra la bassa costruzione dove risiedeva la signora stessa durante l’estate, tutta disposta su un unico piano, col suo tetto piatto. Finita la stagione, si ritirava nell’entroterra, in un non meglio precisato paesino dove il marito aveva lavorato prima di morire.
Di fronte, appena voltato l’angolo, ecco la “loro” casa. Occupava il pianterreno di un edificio a due piani, al secondo dei quali si accedeva da una scalinata esterna. Quante volte si era seduto su quei gradini a mangiare i fichi dall’albero piantato nell’aiuola sul fondo del cortile.
Rimane qualche istante a guardarsi intorno, ricordando scene di una vita che non sembra più nemmeno la sua. Uscendo, passa davanti al cancello più grande e nota il cartello VENDESI. Glielo avevano pur detto: la signora, infine, ha deciso di non tornare. Dopo che se ne sono andati tutti i suoi ospiti abituali, si è arresa anche lei.
Si incammina lungo il viale, fendendo con il suo passaggio il tappeto di foglie ingiallite. Le pizzerie e i negozi sono quasi tutti chiusi, la stagione volge al termine. Dove una volta c’era la gelateria, ora è nato un nuovo condominio.
Solo la strada per arrivare al mare è lunga come la ricordava, allora aveva le gambe più corte, ora sarà colpa dei muscoli indeboliti. Se la prende con calma, non ha nessuna fretta.
Quando arriva allo stabilimento, il sole è calato quasi completamente. Sarebbe bello poter osservare il tramonto che si specchia sul mare. Molto poetico. Ma qui funziona al contrario, e il tramonto sta esattamente dietro le sue spalle; anzi, per la precisione, dietro quel casermone di cemento spuntato al posto della gelateria.
Camminare sulla spiaggia non è facile, i granelli tentano di entrare nelle scarpe da ginnatica, ma di questo si preoccuperà poi. Sulla battigia, finalmente, la rena è più compatta, le conchiglie lasciate dalla mareggiata scricchiolano sotto le suole di gomma. Inspira, odore di mare e salsedine, odore di alghe e di un vento che parla di altre terre.
Non gli è mai sembrato così bello, non si è mai sentito così vivo.
Si sveglia che fuori è ancora buio, nella bocca il gusto salmastro dell’aria, nelle orecchie il canto del vento. Ma qui il solo rumore è quello del condizionatore, che spara nella stanza in continuazione aria depurata a temperatura costante.
Al posto del riflesso rossastro del sole, solo la luce artificiale della televisione, davanti alla quale si è di nuovo addormentato, una televendita di materassi invece delle urla dei gabbiani.
Si alza facendo attenzione a non impigliarsi nei tubi della flebo che gli escono dal petto, stira la schiena anchilosata (si abituerà a non poter dormire sulla pancia prima che gli levino quel catetere?).
Guarda fuori dalla finestra: sotto la luce gialla dei lampioni, un passante mattiniero si affretta, stringendosi nel bavero della giacca per combattere il freddo invadente della nebbia. Probabilmente si starà lamentando fra sé del lavoro che lo costringe fuori di casa tanto presto in una mattina così poco amichevole.
E non immagina certo quanto lo stia invidiando lui da lassù; chiuso in quella scatola asettica, dietro quel vetro, anche una mattina come quella appare dolcissima.









